Il colibrì e gli uccelli colorati dall’arcobaleno

Molto tempo fa, quando ancora non c’era un uomo sulla terra, gli uccelli avevano tutti lo stesso colore, il colore della terra. Un giorno il colibrì, guardandosi le piume, pensò a quanto sarebbe stato bello avere le piume del colore dei fiori . I fiori avevano colori così vivaci e lucenti che gli uccelli se ne erano innamorati.

“Come sarebbe bello se io fossi azzurro!” “ Come sarebbe bello se io fossi rosso!” pensavano.

Fu così che la saggia civetta ebbe l’idea di riunire nel bosco tutti gli uccelli per decidere che cosa fare. Attraverso i campi, per la foresta, per le valli corse la voce: “Ci sarà una grande assemblea. Nessuno deve mancare. E il giorno dopo c’erano proprio tutti: il pettirosso, il cardinale, il merlo, l’usignolo, il fringuello, il canarino, il tordo, la cocorita e molti altri ancora. Come avrebbero fatto a dipingere le loro piume? Dove avrebbero trovato i colori? Ognuno diceva la sua con il risultato di un gran baccano.

La saggia civetta ,dopo aver ascoltato tutti, prese la parola e disse: “La cosa migliore è mettersi in viaggio verso il sole per chiedergli che dipinga le nostre piume così come un tempo dipinse i fiori.”

La proposta fu approvata da tutti e da lì a poco la riunione fu sciolta perché gli uccelli si preparassero per il viaggio verso il sole fissato per il giorno dopo.

Appena sorse il sole, gli uccelli partirono; non tutti però, qualcuno decise di rimanere perché in fondo il colore della terra non gli dispiaceva affatto. Anche il colibrì non partì: sapeva infatti,così piccolo e fragile, di non poter affrontare un viaggio così duro “Non importa, andate pure. Resterò qui a giocare con i fiori perché non si sentano tristi per la vostra partenza.

E così gli uccelli spiccarono il volo e volarono tanto a lungo da stancarsi le ali, ma non si fermarono ugualmente. Il desiderio di raggiungere il sole era troppo grande.

E fu allora che il sole, sbirciando attraverso una nuvola, li vide volare affannosamente per giungere a lui e, impietositosi, pensò che l’idea di colorarsi fosse assai nobile, ma non sarebbero mai riusciti ad arrivare fino a lui, non avrebbero avuto la  forza e, soprattutto, il suo calore li avrebbe arrostiti. Allora la luna gli suggerì: “Tu puoi aiutarli, sole. Riunisci alcune nuvole sparse e dai loro l’ordine di piovere.” Di lì a poco prese a piovere a catinelle e gli uccelli terrorizzati cominciarono a temere il peggio, ma il sole allora comandò che la pioggia cessasse e, aprendo uno spiraglio di luce tra le nubi, mandò qualcuno dei suoi raggi.

Davanti agli uccelli comparve uno spettacolo mai visto: un grande arco di sette colori percorreva il cielo con una curva perfetta, era l’Arcobaleno.

Gli uccelli stupiti volavano qua e là inzuppandosi con i colori dell’arcobaleno. Alcuni si coloravano di azzurro, altri di rosso, altri ancora di giallo e altri passavano dal verde al viola, dall’azzurro al giallo; uno solo attraversò tutti i colori e ancora oggi si chiama uccello dai sette colori.

Al ritorno sulla terra, tutti fecero festa, anche i passeri e gli altri uccelli rimasti del colore della terra e il colibrì, anche il colibrì perché i fiori, riconoscenti della sua compagnia, avevano deciso di regalargli ciascuno un po’ del loro colore ed è per questo che, il colibrì ha colori delicati e sfumati, ma è tanto piccolo e così veloce a battere le ali che noi appena possiamo notarli.

Fiaba tradizionale della Bolivia

C’era una volta un uomo con il suo amico cane

C’era una volta un vecchio che camminava per una strada con il suo cane. Si godeva il paesaggio, quando ad un tratto si rese conto di essere morto. Si ricordò quando stava morendo e che il cane che gli camminava al fianco era morto da anni. Si chiese dove li portava quella strada.

Dopo un poco giunsero a un alto muro bianco che costeggiava la strada e che sembrava di marmo.
In cima a una collina s’interrompeva in un alto arco che brillava alla luce del sole. Quando vi fu davanti, vide che l’arco era chiuso da un cancello che sembrava di madreperla e che la strada che portava al cancello sembrava di oro puro.

Con il cane s’incamminò verso il cancello, dove a un lato c’era un uomo seduto a una scrivania.
Arrivato davanti a lui, gli chiese:
– Scusi, dove siamo?
– Questo è Il Paradiso, signore – rispose l’uomo
– Wow! E non si potrebbe avere un po’ d’acqua?
– Certo, signore. Entri pure, dentro ho dell’acqua ghiacciata.
L’uomo fece un gesto e il cancello si aprì
– Non può entrare anche il mio amico? – disse il viaggiatore indicando il suo cane.
– Mi spiace, signore, ma gli animali non li accettiamo.
L’uomo pensò un istante, poi fece dietro front e tornò in strada con il suo cane.

Dopo un’altra lunga camminata, giunse in cima a un’altra collina in una strada sporca che portava all’ingresso di una fattoria, un cancello che sembrava non essere mai stato chiuso. Non c’erano recinzioni di sorta.
Avvicinandosi all’ingresso, vide un uomo che leggeva un libro seduto contro un albero.
– Mi scusi, – chiese – non avrebbe un po’ d’acqua?
– Sì, certo. Laggiù c’è una pompa, entri pure.
– E il mio amico qui? – disse lui, indicando il cane.
– Vicino alla pompa dovrebbe esserci una ciotola.

Attraversarono l’ingresso ed effettivamente poco più in là c’era un’antiquata pompa a mano, con a fianco una ciotola.
Il viaggiatore riempì la ciotola e diede una lunga sorsata, poi la offrì al cane. Continuarono così finché non furono sazi, poi tornarono dall’uomo seduto all’albero.
– Come si chiama questo posto? – chiese il viaggiatore.
– Questo è il Paradiso.
– Beh, non è chiaro. Laggiù in fondo alla strada un uomo mi ha detto che era quello il Paradiso.
– Ah, vuol dire quel posto con la strada d’oro e la cancellata di madreperla? No, quello è l’Inferno.
– E non vi secca che usino il vostro nome?
– No, ci fa comodo che selezionino quelli che per convenienza lasciano perdere i loro migliori amici.

La cicala e la formica


In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un
albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per
trasportare chicchi di grano.
Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle
formiche: “Ma perché lavorate tanto, venite qui all’ombra a
ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”
Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro
lavoro…
“Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno!
Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo
più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene
potremo sopravvivere!”
“L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che
arrivi l’inverno!
Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è
impossibile lavorare!”
Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a
lavorare.
Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò
l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala
scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre
più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta
infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina.
Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno.
La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo
rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato.
Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare:
affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e
ai canti dell’estate.
Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella
neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi
qualcosa da mangiare!” La finestra si aprì e la formica si
affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”“Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”
“La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate,
mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”
“Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”
“Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”

Esopo

LA LEPRE E LA TARTARUGA

La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: – Nessuno può battermi in velocità – diceva. – Sfido chiunque a correre come me.
La tartaruga, con la sua solita calma, disse: – Accetto la sfida.
– Questa è buona! – esclamò la lepre; e scoppiò a ridere.
– Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. – Vuoi fare questa gara?
Così fu stabilito un percorso e dato il via.
La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino.
La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l’altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo.
Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara.
La tartaruga sorridendo disse: “Non serve correre, bisogna partire in tempo.”

Esopo